L’analisi del voto dell’ultima tornata elettorale ha segnato, a mio avviso, un punto di non ritorno e nel contempo un auspicabile momento di ripartenza per il PD.
In questa sede non mi interessa il ruolo dei singoli (Bersani, Franceshini, Veltroni ecc.) ma abbiamo il dovere di una valutazione seria su quello che è stato il PD fino ad oggi, sui suoi risultati elettorali e su quello che possiamo fare per offrire una prospettiva ai troppi cittadini delusi da noi e dalla politica più in generale.
Io penso che dentro al risultato negativo ottenuto dal PD si esprimano almeno 3 elementi su cui riflettere:
Il primo ci dice che l’astensionismo (mai così elevato) ha picchiato duro su di noi; il nostro partito non è stato votato dal suo elettorato tradizionale e non ha nemmeno intercettato il voto in fuga dalla Destra ( – 5 milioni di voti al PD dal 2008). Da questo punto di vista l’indagine condotta da IPSOS sulla composizione sociale dei nostri elettori è disarmante; di fatto, siamo limitati a pensionati, pubblici dipendenti – soprattutto appartenenti al mondo della scuola - e una quota di salariati privati (dei quali molti sono passati alla Lega).
Il secondo elemento, causa principale di questo “non voto”, è la mancanza di identità del PD dovuta, per alcuni, all’assenza di una linea politica chiara e precisa, per altri, della definizione di un progetto. E’ la stessa cosa.
Il terzo elemento ha a che fare con l’eccessiva enfasi data alla funzione organizzativa. L’attuale gestione ci presenta un partito chiuso, ripiegato su se stesso, alla ricerca della soluzione dei suoi problemi quasi esclusivamente nelle questioni organizzative. Ecco perché la proposta di Prodi che vorrebbe attribuire più responsabilità ai livelli regionali, può apparire senza senso se non viene inserita in una logica più ampia.
L’offerta politica del PD si è di fatto ristretta: dopo la stagione di Veltroni, del Partito a vocazione maggioritaria, si è deciso che altri (in primo luogo l’UDC) dovessero coprire fasce di elettorato strategiche per la possibilità del centro sinistra di essere competitivo. Questo effetto negativo è stato prodotto dall’affievolirsi del profilo liberal del Partito, accentuando quello burocratico amministrativo.
Nel contempo non c’è stata la capacità di far passare almeno alcune delle parole d’ordine tradizionali della sinistra. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle la distanza del PD ad esempio da un tema come la privatizzazione dell’acqua, capace invece di suscitare nel nostro elettorato (ma anche dall’altra parte) una giusta e spontanea mobilitazione, mentre il partito si baloccava in tattiche e strategie senza la capacità di comunicare alcunché.
Ne scaturisce l’immagine di un partito sbiadito, di una proposta politica mai messa in moto, mai appassionata. Nella realtà, tanti gazebo e tanti militanti, ormai stanchi e delusi, ma poche parole chiare da comunicare ai cittadini.
Che fare allora? Nessuna ricetta, nessun miracolo, solo qualche proposta da offrire ad un dibattito che io spero possa svilupparsi al di là delle singole mozioni in occasione dei prossimi Congressi Provinciali e Comunali.
Premetto che non intendo in questo contesto trattare di alleanze e di tattiche, non per una forma di snobismo, ma perché ritengo che tali questioni possano e debbano essere sviluppate solo dopo che il Pd avrà definito – in primis a se stesso – chi vuole essere, la sua mission e come ottenerla.
Che sia necessaria una grande e incisiva opposizione è un dato inoppugnabile. Il grande bluff propagandistico della destra e in modo particolare della Lega in Veneto, deve essere demolito: l’improbabile efficacia delle ronde, le contraddizioni all’interno della coalizione che vedono lo stesso Zaia approvare le proposte sul tema del nucleare a Roma in qualità di Ministro ma rifiutare come Governatore a distanza di 500 km, la mala-gestione della sanità che ha prodotto il commissariamento della Regione, l’incapacità di sfruttare a pieno quell’immensa risorsa della nostra Regione che è il turismo.
Ciò che propongo riguarda temi concreti, spunti di riflessione da cui possa scaturire un serio e ampio dibattito che, ottimisticamente parlando, possa a sua volta produrre qualcosa di concreto.
Il lavoro, travolto dalla crisi, che ha visto l’aumento della precarietà, il licenziamento di migliaia dipendenti; ha visto qui in Veneto la chiusura di moltissime piccole e medie aziende abbandonate dallo Stato e dalle banche. Siamo in grado di fare proposte congiunturali e di medio termine? Noi diciamo ad esempio ammortizzatori sociali più lunghi da un lato e dilazione nei pagamenti delle tasse per le piccole e le medie imprese che vedono la loro situazione ulteriormente aggravarsi dall’inesigibilità dei crediti.
L’ambiente, vissuto come occasione di sviluppo di un’economia sostenibile, come un processo economico che dura nel tempo che crei posti di lavoro e migliori la qualità della vita presente e delle future generazioni.
Il federalismo, tanto sbandierato dalla Lega, tanto giustamente agognato dai Veneti. Non crediamo al neocentralismo regionale che la Lega vuole imporre perchè passibile di nuovi clientelismi che allontanerebbero ancora di più i cittadini dalla politica. Noi vogliamo un federalismo che porti più autonomia a partire dai Comuni, in quanto ente locale più vicino ai cittadini, che devono veder migliorare la qualità della vita e poter essere loro stessi vigili sull’operato dell’ente.
Infine due parole sul Partito.
Partendo dall’idea di mantenere la sua capacità di essere radicato nei territori, bisogna ridare spazio a coloro che sono espressione di quei territori, ossia ai Coordinatori di Circolo e agli Amministratori e poi, a cerchi concentrici, agli altri livelli.
E’ ovvio che questo lavoro non può che essere prodotto da militanti e non da funzionari di partito: questo per permettere di selezionare la nuova classe dirigente dentro la società, nel mondo dell’associazionismo, del volontariato, attingendo le nuove risorse dai diversi mondi professionali della società ovunque riferiti.
Su questa base sta allora l’idea di un partito federato, solo così ci si affranca dal centralismo romano e dalle correnti e si interpreta veramente la società di un territorio, una società profondamente cambiata e che non possiamo leggere con gli occhi del ‘900.
In questo modo potremo tutti assieme offrire una speranza ai tanti cittadini che non ne possono più di questa destra da un lato e che credono possibile cambiare la guida del Governo senza mettere in discussione le fondamenta della convivenza civile del nostro Paese.


