In un recente articolo Guido Alpa, presidente del Consiglio Nazionale Forense, ha espresso in modo articolato il punto di vista degli avvocati italiani.
In sostanza, una motivata richiesta al nuovo parlamento di meno “grandi riforme” e misure più attente “di accompagnamento” della crescita delle professioni, più qualità, una nuova etica per realizzare la missione “dell’avvocato al servizio del cittadino”.
Negli stessi giorni l’Ordine dei medici è stato l’epicentro di un acceso dibattito per il documento con cui ha interpretato, sotto il profilo deontologico, la legislazione in materia di aborto esprimendo indicazioni di assoluta ragionevolezza rispetto alle posizioni più estreme e fondamentaliste.
Gli architetti stanno preparando a Torino (giugno 2008) il Congresso mondiale di architettura, 105 paesi, migliaia di presenze, premi Nobel tra i relatori.
I commercialisti sono attivissimi non solo sugli studi di settore ma anche sui delicati temi dei conflitti di interesse nel settore bancario, nella certificazione dei bilanci e nel federalismo fiscale.
E le citazioni potrebbero a lungo continuare a dimostrazione del fatto che le organizzazioni dei professionisti italiani stanno riconquistando una capacità pubblica di proposta che incrocia i temi vitali del Paese ben oltre le “nicchie corporative” da qualcuno frettolosamente disegnate.
E che dire delle cosiddette “nuove professioni”, degli informatici, dei professionisti della comunicazione, della pubblicità, del turismo, della sicurezza, dei molti nuovi skill che emergono nelle società dei saperi e nella economia della conoscenza?
Questi mondi, circa due milioni di professionisti iscritti a ordini e collegi e quasi altrettanto tra le professioni non regolamentate, producono circa il 14% del P.I.L. e sono decisivi sia per l’innovazione, che per la coesione sociale e la competitività dell’Italia.
Giustamente essi rivendicano una maggiore attenzione da parte della politica e della pubblicistica corrente che usano ancora parlare di “impresa e lavoro dipendente” mentre già l’art. 35 della Costituzione afferma la “tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”.
Non solo “partite IVA” ma persone, lavoratori della conoscenza, che hanno accettato le sfide della globalizzazione e della società dei servizi avviando processi di autoriforma.
Essi rivendicano una “terza via”: non è possibile la conservazione, non è utile il liberismo selvaggio che vede solo la centralità del consumatore trascurando i valori del lavoro, la professionalità, il merito.
La mano invisibile del mercato, cui non credeva neppure Adam Smith, non può tutto: occorre far crescere le società professionali e interprofessionali, sostenere l’internazionalizzazione e i giovani, stimolare la qualità e la formazione permanente, garantire meglio gli utenti, far crescere il welfare professionale su basi private e molto altro ancora.
A Guido Alpa vorrei dare una rassicurazione: il Partito Democratico non è ossessionato dall’idea della “grande riforma” delle professioni.
Lo abbiamo dimostrato, io credo, anche con il testo cd. Mantini-Chicchi in parlamento, sintesi di proposte diverse, che si basa su principi di modernizzazione affidati all’autoriforma da parte delle categorie professionali.
Siamo d’accordo sulla necessità di politiche mirate di “accompagnamento”, come deve avvenire, nonostante le diversità, per le piccole e medie imprese alle prese con le sfide della globalizzazione.
Sappiamo ben riconoscere i tratti peculiari delle professioni che esercitano servizi pubblici, che partecipano alla funzione pubblica o rappresentano in massimo grado il principio di sussidiarietà orizzontale.
Proprio per questo, e perchè ci è chiesto dall’Europa, riteniamo giusto che ci possano essere pochi principi comuni che descrivano le professioni del terzo millennio, delegificando la selva di norme del primo Novecento.
Abbiamo fiducia nelle professioni italiane, parte essenziale dei ceti innovativi e produttivi, e vorremmo che esse fossero sottratte dal cono d’ombra delle dicerie correnti, su caste, rentier, corporazioni conflittuali.
Lo abbiamo scritto nelle proposte di legge e anche nel recentissimo Manifesto Politico delle Professioni Italiane, che sta avendo moltissime e qualificate adesione, al di là delle appartenenze politiche (www.partitodemocratico.it vedi forum professioni libere).
Il brusco decreto Bersani, il recente riconoscimento delle nuove professioni nel decreto sulle qualifiche europee, gli incentivi fiscali per le associazioni tra professionisti, sono misure che hanno sanato dei ritardi ma che ora richiedono perfezionamenti, con una cultura favorevole verso la crescita di professioni forti e moderne, protagoniste del futuro e partecipi del governo dell’Italia.
La conoscenza è potere, lo diceva già Francis Bacon.
Ma nella “knowledge society o si è veloci o si è morti” (Bill Gates).
Quando parliamo di lavoro, nei programmi di governo e nella campagna elettorale, non limitiamoci alla flexsecutity, ricordiamoci delle professioni che si trasformano e ci trasformano.

